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martedì 23 agosto 2011

Vanishing on 7th street - Troppo Buio fa' Male

USCITA CINEMA: 29/07/2011
REGIA: Brad Anderson
SCENEGGIATURA: Anthony Jaswinski
ATTORI: Hayden Christensen, Thandie Newton, John Leguizamo, Taylor Groothuis, Jacob Latimore, P.J. Edwards, Courtney Benjamin, Arthur Cartwright, Jordan Trovillion, Christina Benjamin, Shawntay Dalon, Kyle Clarington, Pamela Croydon

FOTOGRAFIA: Uta Briesewitz
MONTAGGIO: Jeffrey Wolf
MUSICHE: Lucas Vidal
PRODUZIONE: Herrick Entertainment, Mandalay Vision
DISTRIBUZIONE: One Movie
PAESE: USA 2011
GENERE: Horror, Thriller
DURATA: 90 Min
FORMATO: Colore

Sito Italiano


Trama: 

Quando a causa di un grave guasto elettrico l'intera città di Detroit è vittima di un black out che la lascia al buio, un gruppo di sconosciuti si ritrova da solo. Nel vero senso del termine, visto che con il black out tutto il resto della popolazione della città sembra essersi volatilizzato. Riuniti all'interno di un ristorante, questi unici sopravvissuti capiscono presto che il buio vuole inghiottire anche loro, e che solo le flebili e deperibili fonti di luce che hanno a disposizione li possono salvare.



Commento:

Idea interessante alla base di questo thriller: “il Buio”. Un incessante gioco di luci e ombre che inizialmente non lascia indifferenti, per gli ottimi livelli di suspense che crea. Una fuga incessante dei protagonisti verso un piccolo raggio di luce, vittime inseguite da predatori “ombre” che si muovono nell’oscurità. Un assedio forzato in un bar, che non può non ricordare il cinema di Romero o Carpenter, senza tralasciare spunti che portano alla mente serie tv come “Ai confini della realtà” o film come “L’Ultimo uomo sulla terra” dove alla base troviamo spesso miti popolari, come questa città desolata presa di mira da strane presenze. Una trama che si ispira ai fatti dell’isola di Roanoke e della sua colonia, scomparsa senza lasciare traccia. Un mistero trattato ultimamente anche nella seconda serie di Supernatural nell’episodio "Croatoan”. Un grandissimo concentrato di buoni propositi del regista Brand Anderson (Session9/L’uomo senza sonno) che purtroppo si infrange su di una sceneggiatura piatta e assolutamente piena di buchi. Non basta il dualismo buio e luce per dare forma ad una pellicola che può offrire tantissime chiavi di lettura: il pauroso crollo dell’economia, la lucidità di pensarsi vivi nonostante tutto, uno nuovo restar del mondo con degli ipotetici Adamo e Eva. Tutte ipotesi prevalentemente valide, ma alla quale il film non da risposte. Una narrazione sommaria, lascia più di qualche perplessità sul reale obbiettivo della stessa. Forse alla fine non si è voluto osare come si voleva/doveva. Pessimo il cast, poco credibile e male amalgamato. Un vero peccato.


Pro.
Il Buio.
I rimandi al cinema di un tempo.


Contro.
Pattume di sceneggiatura e dialoghi.
Tanta Carne e poco Fuoco.





Il mistero di Roanoke

Sir Walter Raleigh
Tutto cominciò nel 1584 quando Sir Walter Raleigh reclutò due esperti uomini di mare, Philip Amadas e Arthur Barlowe, per inviarli nel Nuovo Mondo. Il loro incarico consisteva nell’individuare un luogo adatto a ospitare la prima colonia inglese. Partirono con due navi e dopo numerosi sopralluoghi indicarono l’isola di Roanoke, una striscia di terra al largo della costa dell’attuale Carolina del Nord, come il sito più idoneo. I due esploratori visitarono Roanoke e una parte della costa durante la stagione estiva, quando il clima mite e la vegetazione rigogliosa facevano sembrare quei luoghi dei paradisi terrestri. Le cose non stavano esattamente così, perché durante l’inverno spaventose tempeste si abbattevano di continuo sulle spiagge e per sopravvivere bisognava essere dotati di forte fibra e vivace spirito di adattamento.
Raleigh ottenne l’approvazione dalla Regina Elisabetta I e nel 1585 organizzò un’altra spedizione formata da 7 navi e 150 coloni, guidata da Sir Richard Grenville e Sir Ralph Lane. La prima colonia inglese fu battezzata Virginia e Lane ne divenne il governatore. Al momento dello sbarco le condizioni climatiche non erano favorevoli alla semina (era cominciato l’inverno), di conseguenza le scorte di cibo si esaurirono in fretta. Grenville dovette far ritorno in Inghilterra per acquistare ulteriori approvvigionamenti. 





Lane era un capitano dell’esercito e il suo approccio con gli indiani dell’isola fu brutale. Adirato per il furto di una tazza d’argento, Lane sospettò subito dei nativi e per punirli fece uccidere il loro capo, Wingina. Francis Drake si ritrovò a passare da quelle parti al momento giusto. Lane e il resto degli uomini, sfiniti dalla fame e decimati dagli scontri con i nativi, furono più che felici di abbandonare Roanoke. Arrivati con la convinzione di trovarvi oro e argento in abbondanza, si erano attirati le ire degli abitanti e avevano determinato il fallimento del primo tentativo di colonizzazione. Drake lasciò 15 uomini a protezione dell’insediamento degli inglesi.
Raleigh non si lasciò demoralizzare e pianificò una nuova spedizione. John White, il responsabile del progetto, era orientato a fondare una colonia autosufficiente piuttosto che un semplice punto d’appoggio per la ricerca di minerali preziosi. Partì con 117 persone tra le quali c’erano sua figlia Eleanor Dare, quasi alla fine della gravidanza, e suo genero Annanias Dare. Approdarono a Roanoke il 22 luglio 1587.
Dei 15 uomini lasciati da Drake erano rimaste solo le ossa. Gli indigeni li avevano massacrati per vendicarsi dell’omicidio del loro capo.
La nipote di White, Virginia, venne alla luce il 18 agosto e fu la prima bambina inglese a nascere nelle Americhe. John White rientrò a malincuore in Inghilterra con soli dieci uomini per procurare materiali più adatti alla costruzione degli alloggi e alcune varietà di sementi. Salutò sua figlia e sua nipote senza sapere che non le avrebbe più riviste. Arrivò in patria l’8 novembre e nel giro di quattro mesi fu pronto a partire di nuovo. Purtroppo, causa del conflitto scoppiato tra Inghilterra e Spagna, gli fu proibito di lasciare il paese. White non aveva alcuna intenzione di lasciare sua figlia e il resto della colonia senza rifornimenti per chissà quanto tempo, quindi convinse le autorità che due delle sue imbarcazioni erano troppo piccole per poter essere utilizzate come navi da guerra. Ottenuto il permesso di partire con la coppia di brigantini (il Brave e il Roe) White si mise in viaggio. Durante la navigazione alcune navi francesi attaccarono i due vascelli e si impossessarono di tutti i rifornimenti destinati alla colonia. White, disperato e furioso, fu costretto a tornare indietro. Stavolta la flotta inglese sequestrò definitivamente i due brigantini. White ancora non sapeva che avrebbe dovuto trascorrere i tre anni seguenti in preda al tormento di non poter raggiungere Roanoke.

Il 7 marzo del 1589 il Capitano William Irish firmò un accordo con diciannove mercanti e nobiluomini di Londra per portare aiuto alla colonia. Il vero obiettivo di Irish era esplorare le coste americane. Lo scaltro capitano aveva ottenuto generosi finanziamenti stimolando il senso di patriottismo degli inglesi desiderosi di soccorrere la colonia abbandonata sull’isola. Il progetto fu realizzato solamente il 20 marzo 1590 quando tre navi (l’Hopewell, la Little John e la John Evangelist) partirono da Plymouth. White, naturalmente, era uno dei passeggeri. Erano passati tre anni da quando aveva lasciato sua figlia, sua nipote, suo genero e gli altri coloni. In tre anni poteva essere successo di tutto. Orribili pensieri continuarono ad affliggerlo durante i lunghi e interminabili giorni di navigazione. Il 18 agosto tutti i suoi timori si dimostrarono fondati. 



L’insediamento era deserto e un’altissima palizzata era stata costruita per proteggerlo. Sembrava, a tutti gli effetti, un fortino. Dei 117 coloni nessuna traccia. Non c’erano segni di lotte o battaglie. Nessuna tomba. Nessun cadavere. Le abitazioni erano in rovina. I coloni se n’erano andati all’improvviso, lasciando gli effetti personali. Incisa su uno dei tronchi della palizzata fu trovata la parola CROATOAN. Su questo punto i testi si dividono: alcuni attestano che le lettere fossero solo tre (CRO), altri che ci fosse l’intera parola. Ad ogni modo la logica fece pensare che il gruppo si fosse trasferito a Croatoan, altra isola lungo la costa. Il maltempo impedì a White e soci di raggiungere Croatoan e verificare se ciò era vero. Anche qui le fonti storiche prendono due strade diverse: chi dice che White non riuscì a perlustrare Croatoan e chi invece sostiene che ci riuscì, ma che non trovò traccia dei coloni. La flotta fu quindi costretta dal cattivo tempo a tornare in patria invece di svernare ai Caraibi come progettato. White non riuscì più a racimolare i fondi necessari per un’altra spedizione e morì senza sapere cosa ne era stato dei membri della sua famiglia. Si continuò a cercare i coloni fino al 1607 e oltre, anche se molte delle spedizioni impiegarono la maggior parte del tempo a perlustrare altre zone in cerca di leggendarie ricchezze. Il Nuovo Mondo fu letteralmente preso d’assalto da decine e decine di avventurieri bramosi di scrivere il proprio nome nella storia. In pochi si dedicarono con il dovuto impegno al ritrovamento di quelle 117 persone. Tra questi Raleigh, il primo che aveva avuto l’idea di colonizzare Roanoke. Raleigh spedì altre navi oltreoceano. Organizzò cinque spedizioni a proprie spese finché non fu talmente pieno di debiti da essere arrestato e imprigionato nella Torre di Londra dal nuovo re, Giacomo I. 


Nel 1607 gli inglesi costruirono la prima colonia permanente d’America e la chiamarono Jamestown. Gli abitanti di tale insediamento stabilirono numerosi contatti con le popolazioni locali nella speranza di poter raccogliere testimonianze del passaggio dei coloni di Roanoke. Il desiderio più grande era di ritrovare dei superstiti, ma le indagini non portarono a nessun risultato.

Nel 1709 l’esploratore inglese John Lawson visitò Roanoke. Lawson trascorse qualche tempo con i nativi discendenti della tribù di Croatoan che affermavano di avere degli antenati dalla pelle bianca. Lawson non poté fare a meno di notare che parecchi degli indigeni avevano gli occhi e i capelli chiari, nonché la struttura ossea tipica degli inglesi. Forse in quei tre anni in cui si erano ritrovati isolati dal mondo civilizzato, i coloni erano regrediti a uno stato selvaggio che li aveva spinti a unirsi alle tribù indigene.

Nel 1937 una strana pietra fu trovata nella Carolina del Nord. Vi erano incisi strani simboli che, una volta tradotti, si rivelarono essere un messaggio di Eleanor Dare a suo padre. Nei tre anni seguenti altre 40 pietre simili alla prima furono dissotterrate tra la Carolina e la Georgia. Messe una dietro l’altra raccontavano del faticoso viaggio della colonia di Roanoke verso sud culminato con la morte di Eleanor. Nel 1940 un investigatore mise la parola fine alla vicenda dichiarando che si trattava di una colossale burla. Ci si domanda con quale coraggio si possa scherzare sulla scomparsa di 117 persone.


  
Roanoke oggi
Dopo aver riportato i fatti, occupiamoci ora delle varie ipotesi. 

Prima ipotesi: i coloni furono sistematicamente massacrati dai nativi e poi sepolti in altro luogo. 

Seconda ipotesi: i coloni furono letteralmente spazzati via da un uragano di straordinaria potenza. 

Terza ipotesi: i coloni morirono a causa della siccità. Quest’ultima ipotesi è nata di recente grazie agli studi sugli anelli di crescita presenti nei tronchi degli alberi di quella zona. Secondo tali studi, nel periodo in cui i coloni vissero a Roanoke, la pioggia non bagnò la terra per molto tempo. 

Quarta ipotesi: i coloni si mescolarono alle popolazioni indigene.

Si possono confutare tutte e quattro le congetture. Se la colpa è delle tribù del luogo, come mai non hanno lasciato i corpi in bella mostra per far capire ai successivi coloni che non erano graditi? In precedenza c’erano stati vari scontri con le tribù, naturale conseguenza dell’impatto tra gli invasori e chi si vedeva usurpare la propria terra. Risulta perciò difficile immaginare degli indigeni intenti a trasportare lontano tutte quelle salme e a scavarne le relative tombe in un’impresa senza senso.
L’ipotesi dell’uragano che trascina via l’intera popolazione della colonia é inverosimile. Ovviamente resta la possibilità che i coloni, in preda a un cieco terrore, si siano gettati in mare nel folle tentativo di sottrarsi al maltempo e siano affogati. Poco probabile.

Per quanto riguarda la terza ipotesi che si basa sulla siccità che avrebbe rovinato i raccolti e ridotto alla fame i coltivatori ci si chiede come mai, dopo aver deciso di trasferirsi altrove, non abbiano lasciato un messaggio più esplicito sul motivo della loro partenza e sulla direzione presa. Quel ‘CROATOAN’ inciso sul tronco sembra il risultato di un abbandono oltremodo frettoloso più che di un allontanamento pianificato, e la tesi si fa ancora più convincente se pensiamo che forse c’erano solo tre lettere. Soprattutto non si capisce se l’incisione sia stata eseguita proprio dai coloni. White aveva dato precise istruzioni riguardo la scritta da lasciare in caso di fuga improvvisa: oltre al comunicato si doveva aggiungere una croce di Malta. Questa croce non c’era. 

La quarta ipotesi è verosimile, ma non ci si spiega come mai neppure un singolo colono sia mai stato rivisto dalle innumerevoli spedizioni in quei luoghi. Stiamo parlando di 117 persone, non di un individuo o due. Davvero decisero all’unisono di trasformarsi in figli della giungla e di non avere più alcun contatto con l’uomo bianco? Alcuni di loro forse sì e questo spiegherebbe il singolare aspetto di alcuni indigeni di Roanoke. Ma gli altri? Eleanor e la piccola Virginia? Furono entrambe vittime della follia che sconvolse la mente di molti coloni e li spinse a uccidere chi non era d’accordo? Può essere. 


Sir Richard Grenville
Uccisi dagli indiani d’America? Inghiottiti da un uragano? Morti d’inedia? Assorbiti dalle tribù indigene? Quale fu il triste destino di quei 117 inglesi? Com’è possibile che siano scomparsi senza lasciare la più piccola traccia? Se scartiamo le precedenti ipotesi che si basano, tutto sommato, su spiegazioni razionali, allora cominciamo a intravedere una realtà ben diversa. Potrebbe trattarsi di un rapimento di massa da parte di entità extraterrestri, oppure dell’incrociarsi di campi magnetici particolari che avrebbero trasportato la colonia in un’altra dimensione. E’ facile immaginare il susseguirsi degli eventi: i coloni cominciano a svanire nel nulla uno dopo l’altro. La paura di fare la stessa fine convince gli ultimi rimasti che la cosa migliore è lasciare l’isola. Mentre sono intenti a incidere su un tronco il loro messaggio scompaiono anch’essi. Nelle fibre del legno resta solo la parola CROATOAN.
Svelato il mistero? No di certo. E’ solo uno dei tanti modi per spiegare l’inspiegabile.
L’isola è oggi un sito archeologico protetto e regolarmente visitato dagli studiosi. La volontà di trovare indizi sulla comparsa dei coloni è ancora forte, anche se purtroppo manca la prova più importante. La palizzata con il tronco inciso è stata distrutta dal tempo. Un vero peccato. Sarebbe un’esperienza davvero indimenticabile poter osservare quella enigmatica incisione eseguita 400 anni fa. Ai turisti non resta che ammirare i resti di alcuni dei fortini di colonie successive alla prima e la stele collocata vicino alla spiaggia che celebra lo sbarco degli inglesi e commemora le figure di Sir Raleigh e Virginia Dare.
 
Alla fine della nostra analisi ci ritroviamo, come di consueto, con le mani piene di frammenti di verità, cocci di leggenda e schegge di immaginazione. Tentare di assemblare i pezzi di storie come questa potrebbe sembrare un’impresa destinata a fallire. Ma non è così che, spesso, si trova la soluzione? (Il mistero di Roanoke
di Laura Cherri HorrorMagazine)

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