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sabato 31 dicembre 2011

Banlieue 13 – Ultimatum - I salti di Besson

Giudizio Film 
REGIA: Patrick Alessandrin
SCENEGGIATURA: Luc Besson
ATTORI: David Belle, Cyril Raffaelli, Daniel Duval, Philippe Torreton, Elodie Yung, Fabrice Fletzinger, MC Jean Gab'1
FOTOGRAFIA: Jean-François Hensgens

MONTAGGIO: Julien Rey
MUSICHE: Da Octopuss, Trak Invaders 
PRODUZIONE:  EuropaCorp
PAESE: Francia 2009
GENERE: Azione
DURATA: 96 min.
FORMATO: Colore 





Trama: 

Tre anni dopo gli eventi narrati in Banlieue 13, la pace nel riottoso e autogestito distretto 13 è ancora sfuggente. Le autorità non hanno mantenuto la promessa di distruggere il muro e riaprire il quartiere, lasciando recintati come in un ghetto tutti gli abitanti della Banlieue, che dopo la morte del boss Taha Bemamud, si sono divisi in cinque fazioni. Damien e Leïto tornano nel quartiere per cercare di fermarne l'imminente distruzione per ordine dello stesso Presidente della Repubblica, manipolato da Walter Gassman, capo delle forze speciali DISS. 
 
   
Commento: 

A cinque anni dal riuscitissimo primo capitolo Banlieue 13, sceneggiato anche allora  da Luc Besson, ritroviamo il governo francese schierato contro il malfamato quartiere parigino. Il primo capitolo aveva convinto a più riprese gli amanti dei film action e di arti marziali in generale, grazie alle mirabolanti performance di atleti nella disciplina del parkour, attività cara al cinema francese dai tempi di "Yamakasi i nuovi samurai" sceneggiato sempre dallo stesso Besson.  Come da programma la sceneggiatura non è il piatto forte di una trama solo abbozzata e messa al servizio delle scene d’azione. Il film intrattiene senza problemi, purtroppo non migliora né approfondisce quanto visto in precedenza, presentandosi allo spettatore più come un update che di un vero nuovo capitolo. Ancora non sfruttata a dovere la divisione tra bande nel quartiere, limitata questa volta agli ultimi 20 minuti di film con la partecipazione della bellissima Elodie Yung nei panni di Tao. Una conferma per l’azione spettacolare, un passo indietro per tutto il resto.  


Pro.
Il ritorno acrobatico di Damian e Leito in azione.
Parkour mon amour.


Contro.
Sceneggiatura solo abbozzata.
Profuma di già visto.













Parkour

Il parkour, abbreviato in PK, è una disciplina metropolitana nata in Francia agli inizi degli anni ‘80. Consiste nel superare qualsiasi genere di ostacolo, all'interno di un percorso, adattando il proprio corpo all'ambiente circostante.

I primi termini utilizzati per descrivere questa forma di allenamento furono "arte dello spostamento" (art du déplacement) e "percorso" (parcours).
 
Il termine parkour, coniato da David Belle e Hubert Koundé nel 1998, deriva invece da parcours du combattant (percorso del combattente), ovvero il percorso di guerra utilizzato nell'addestramento militare proposto da Georges Hébert. 

Alla parola parcours, Koundé sostituì la "c" con la "k", per suggerire aggressività, ed eliminò la "s" muta perché contrastava con l'idea di efficienza del parkour. 

Un terzo termine, coniato da Sébastien Foucan, fu Free running, il quale viene però distinto dai due precedenti in quanto rappresenta una forma di movimento, nato sulla base del parkour, che ricerca la spettacolarità e l'originalità dei movimenti a scapito dell'efficenza.
 
I praticanti di parkour sono chiamati tracciatori (traceurs), o tracciatrici (traceuses) al femminile.

 
Lo scopo del parkour, quindi, è spostarsi nel modo più efficiente possibile. Per efficiente si intende: semplice e veloce. Per distinguere cos'è il parkour da cosa non è, basta pensare che non c'è nulla di insuperabile.

In sintonia con il Metodo Naturale di Hebert, l'approccio prevede un allenamento lento, progressivo e graduale per migliorare tutte le caratteristiche atletiche dell'individuo. Molti novizi cercano di accelerare i tempi (uso di attrezzatura, materassi, palestra, ricerca disperata di istruttori) e di imparare più rapidamente possibile, ma questo è parzialmente contrario all'ideologia di base del parkour. Difatti l'ambiente circostante (naturale o urbano) è in grado di insegnare tutto quello di cui si ha bisogno per muoversi in esso e per rispettare il proprio corpo: il tracciatore virtuoso persegue un "ascolto" dei segnali del proprio corpo finalizzato ad un suo miglioramento lento ma molto più efficace. Il raggiungimento di questa coscienza di sé, del sapere interpretare le proprie "sensazioni" e dei propri limiti richiede tempo, visto che si basa sull'esperienza diretta. La formazione del necessario bagaglio di conoscenza richiede di vivere in prima persona numerose e diverse esperienze, spesso spiacevoli se affrontate con frustrazione (insicurezza, paura, senso di incapacità, lentezza nel progresso). L'allenamento si divide in due fasi: il potenziamento fisico e la pratica sui percorsi (o tracciati). La prima non è strettamente connessa al parkour, e può far uso di qualsiasi movimento che aiuti a migliorare il controllo del corpo e aumentare i propri parametri di forza, velocità, equilibrio ecc. La seconda invece prevede la scelta di un punto di partenza e uno di arrivo, e l'analisi critica di tutti gli ostacoli tra i due. Il tracciatore esperto è in grado di trovare le combinazioni giuste di tecniche e movimenti per percorrere il tracciato nel modo più fluido possibile. Molti traceur hanno dei tracciati prediletti che continuano a perfezionare negli anni.

Il parkour è proposto sia come disciplina che come uno stile di vita, un modo di pensare: dopo l'inizio della pratica di questo sport, si inizia a analizzare tutto in un altro modo. Qualsiasi appiglio o ostacolo viene osservato come un punto di appoggio da superare in maniera fluida ed efficiente. Questo insegna nella vita di tutti i giorni a non arrendersi mai davanti ad un problema ma al contrario sfruttarlo per proseguire in modo ancora migliore la marcia verso il proprio obiettivo finale. (Fonte)

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